Io sto con la piazza

Ordine pubblico, libertà e violenza dello Stato

Scontri di Torino: la Polizia italiana abbandonata nella gestione delle piazze, picchia chi capita

Gli scontri avvenuti sabato a Torino non sono stati un fulmine a ciel sereno.
Erano prevedibili, perché da tempo il Governo sceglie una strategia precisa: occupare con la forza spazi conquistati dai cittadini, rispondendo al dissenso con una progressiva compressione delle libertà.

In questo contesto, la reazione dell’esecutivo è stata immediata e rivelatrice.
Giorgia Meloni ha invocato ancora una volta più ordine, più repressione, più poteri alle forze dell’ordine, senza però affrontare il nodo centrale: come e perché si è arrivati a quello scontro.

Il caso del giornalista malmenato

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, durante gli scontri un fotografo è stato circondato e colpito dalle forze dell’ordine, pur essendo chiaramente identificabile come operatore dell’informazione.

Si tratta di un episodio grave, non marginale.
Quando chi racconta i fatti viene colpito, non è solo una persona a essere aggredita, ma il diritto dei cittadini a essere informati.

Questo fatto non può essere liquidato come “incidente” o “errore operativo”.


Il racconto dal basso: Rita Rapisardi

Alla cronaca dei grandi quotidiani si affianca il racconto diretto di chi era in piazza.

Rita Rapisardi, giornalista de il manifesto, ha descritto sulla sua pagina Facebook quanto accaduto, restituendo un quadro fatto di confusione, cariche indiscriminate e paura, molto lontano dalla narrazione rassicurante dell’ordine ristabilito.

Il suo racconto mostra una realtà che spesso resta fuori dai comunicati ufficiali: la gestione dell’ordine pubblico come problema politico, non solo tecnico.


La retorica della sicurezza e i dati reali

A rendere tutto questo ancora più grave è la distanza tra retorica e realtà.

L’Italia è oggi un paese oggettivamente più sicuro rispetto al passato.
Da anni i dati ufficiali mostrano un calo dei reati, soprattutto quelli violenti. Questo è stato ricordato anche da Stefano Feltri nell’episodio del suo podcast del 4 novembre 2025, L’emergenza sicurezza che non c’è: la sicurezza è un ottimo boccone da dare in pasto ai benpensanti terrorizzati da chi minaccia i loro privilegi.

Se i crimini diminuiscono, perché cresce la richiesta di repressione?


La violenza che non diminuisce

C’è una violenza che invece non accenna a diminuire:
quella esercitata dallo Stato quando sceglie di rispondere al conflitto sociale solo con la forza.

Nel 2025, 1450 lavoratori sono morti sul lavoro.

Questa è violenza strutturale urgente da combattere. Come lo è la distruzione ambientale, come lo è abbandonare i migranti e lasciarli affogareo nel Mediterraneo: qui noi urliamo con forza dove sono i Magistrati!

Perché noi, al contrario della politica (e qui dobbiamo dire di tutta la politica) noi denunciamo la violenza contro gli utlimi e contro gli esclusi, che non è solo sabato in piazza ma tutti i giorni, con la violenza di stipendi da fame, con la violenza delle case sottratte alle famiglie per farci alberghi, con la violenza degli operati bombardati mentre tornano a casa.

Condannare la violenza non basta più. Bisogna chiedersi chi la produce, chi la alimenta e a cosa serve.

Io sto con la piazza

Io sto con la piazza perché la piazza è, storicamente, uno spazio di democrazia. È il luogo dove si esprime il dissenso quando altri canali sono chiusi o svuotati. In piazza possono andare tutti ricchi e poveri, lavoratori e disoccupati, bianchi e neri.

Da qui nasce una riflessione politica e civile profonda: quando la piazza chiede diritti, visibilità, spazi sociali, e lo Stato risponde con manganelli, chi protegge la democrazia?

Le libertà di espressione e di manifestazione non sono valori astratti: sono garanzie costituzionali. Esprimere dissenso, manifestare contro le discriminazioni o contro le scelte di potere non deve essere trattato come una minaccia di ordine pubblico da cancellare con la forza.

Se lo Stato chiama sicurezza la repressione, allora la violenza istituzionale — quella che colpisce corpi sociali, diritti civili e spazi di libertà — diventa la prima forma di violenza con cui confrontarsi.

A chi oggi scopre improvvisamente l’indignazione bene: noi denunciamo da anni la guerra, il traffico di armi, i morti nel Mediterraneo, le morti sul lavoro.

Uniamoci e lottiamo per i diritti e denunciamo la violenza.

Ma non chiedeteci il silenzio.

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